Cabina elettorale

All’uscita del supermercato Rewe regalano fiori.
Una vivace signora, paonazza in viso, chiede se si desidera ricevere una rosa insieme a qualche informazione su un partito politico. È tempo di campagne politiche, infatti, e domani si vota.
Da quando ne ho memoria, ho cercato di esercitare questo diritto anche quando la tentazione era quella di disegnare un fallo sulla scheda elettorale.
La sezione è sempre stata la 130, al secondo piano della scuola elementare di Via Novara, a Roma, con i carabinieri da basso che salutano – buongiorno, buonasera – e i disegni dei bambini attaccati alle pareti: qui è la maestra, là gli alberi e il sole nel cielo.
Questa scuola qui, invece, è bassa, grigia e rettangolare; ha la tipica architettura della Berlino Est.
Sorge su una stradina acciottolata e tranquilla su cui ancora, di tanto in tanto, una carrozza passa portando in giro una coppia di turisti, mentre lo scalpitio dei cavalli produce un rumore semplice e antico.
Pensare che, appena qualche settimana fa, al posto della carrozza sfilava un esile corteo scortato da camionette della polizia.
Nelle mani delle persone bandiere tedesche e cartelli con parole odiose.
Raus, Raus vi si leggeva, mentre il sentimento scivolava nello stomaco come un uncino, e la bocca si faceva secca, schifosa ed estranea.
Anche per questo oggi sono qui.
Dentro, tra le pareti di un cabina elettorale, in una scuola di una via alberata, sulla stessa strada di ciottoli su cui è passato il cavallo prima e il corteo poi.
Solo sperando di procedere in direzione contraria.

 

 

 

 

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