Senza una gamba

Senza una gamba una ragazza ballava la scorsa domenica all’Else, al primo open air della stagione.
Sorreggendosi sulle stampelle, con gli occhi rivolti ora alle persone intorno, ora al cielo, saltellava sulla gamba buona.     Aveva indosso un vestito leggero e sotto la gonna, dove l’occhio vorrebbe sbirciare, c’era un vuoto. Uno spazio freddo oltre il quale si poteva vedere l’orizzonte, o far passare una mano.
Lei le sue le teneva ben strette sul puntale di sostegno delle stampelle e, se stanca, andava appoggiandosi sui gradini di legno di fronte ai container, dissimulando con la posa assunta la mancanza, lì, dell’arto. Era sola, ma si intratteneva un po’ con tutti, in attesa di riprendere le energie e il ritmo per poi tornare in pista.
Non diversamente dagli altri, trovava naturale sorridere alla musica, ma nella sua bocca è parso a me di vedere tutto un insieme di contrasti: pena e coraggio, infelicità e gioia, realtà e dimenticanza, pietà e stizza. Non era facile capire se infondo piangesse.
E così, mentre i bassi andavano a perdersi sotto il ponte di ferro di Elsenbrücke, d’un tratto il ballare in una domenica berlinese qualunque è sembrato un gioco tanto importante quanto drammatico.
Un modo, per attraversare con meno dolore la giornata.

 

 

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